mercoledì 11 maggio 2016

Austria, Slovenia, Ungheria e Slovacchia in bici - 2016. Diario di viaggio.







“What about the weather forecast for tomorrow, Armin ?”

-          “Well, the weather… tomorrow… a bit sunny, a bit cloudy… exactly as our life, sir”.
J. Armin, receptionist dell’Ostello della Gioventù Brigittenau di Vienna.




     10 aprile 2016, ore 9 del mattino. Dopo la tradizionale notte insonne, inizio il tour da Pergine Valsugana, in Trentino, dove ho lasciato l’auto presso casa di amici. Grazie alla mappa che avevo stampato, reperisco facilmente la ciclabile che dalla città si dirige verso il lago Caldonazzo, e pedalo per qualche chilometro in compagnia di un altro ciclista. Procediamo affiancati su questa stradina secondaria deserta – è domenica mattina, quando da dietro giunge un’auto che inizia a strombettare. L’idiota pretende che mi sposti subito a lato della carreggiata, come se avessi un motore – vai a fargli capire che con una bici carica di bagagli le manovre sono come quelle nautiche - lente e ponderate. Finalmente sorpassa sgommando e si allontana: ecco, bravo, vai a bere il caffè e a giocare la schedina, imbecille…




    Pochi chilometri dopo, ne arriva un altro. Mi trovo in un piccolo centro abitato, in una rotonda per l’esattezza. Siccome procedo lentamente cercando di ritrovare la ciclabile le cui indicazioni erano sparite, l’impaziente autista che ho dietro bofonchia dal finestrino “bicicletta di merda”. Comincio ad averne abbastanza e gli urlo: “hai fretta di andare al cesso ? Ecco, bravo, vai a cagare!”.


    Diavolo, se questo è il Trentino tutto sport e bici, cominciamo bene. Il terzo, se arriva, si becca quattro pedate. Ma non arriva. In breve giungo al lago di Caldonazzo, dove inizia la pista ciclabile del Brenta, in larga parte interdetta alle auto, che sollievo !   Mi fermo in località Tezze presso un Bicigrill, un bar dedicato ai ciclisti – è bello trovarmi in mezzo a gente della mia stessa specie. Alle 15 attacco una salita che passa accanto a un forte della prima guerra mondiale, poi termino la prima giornata di viaggio accampandomi sulle rive di un fiume nei pressi di Fonzaso, a dieci chilometri da Feltre.



    Oltrepassata Feltre di buon mattino, guadagno la sponda orientale del Piave per evitare la pericolosa Statale 50. Percorro un interminabile stradone sino a Belluno e parecchio oltre. In località Mel scambio due parole con un simpaticissimo salumiere. Qui nel Veneto ho notato che la gente è molto cordiale e sorridente, predisposta alle battute di spirito. Nel pomeriggio continuo a risalire il corso del Piave. Il tratto solitario tra Soverzene e Dogna è spettacolare, sembra di essere nel Montana. Poi ancora emozioni: la diga del Vajont e Longarone. Il Piave da qui in poi scorre in una valle angusta, un autentico canyon.  Davestra è un minuscolo borgo di montagna dalle case di pietra dove mi accampo presso un terreno privato col dovuto permesso della proprietaria. Le cime delle Dolomiti si illuminano d’oro al freddo tramonto che segue.

A Davestra, minuscolo borgo di montagna sul Piave, una cena al freddo.



     Lascio il piccolo borgo di montagna ancora immerso nell’ombra. Da Pieve di Cadore in poi viaggerò sulla ciclabile delle Dolomiti che conduce a Cortina, ricavata da ex ferrovia. Gallerie, ponti, boschi, scenari mozzafiato mi accompagnano sino alla capitale dello sci. Snobbando alberghi, pensioni e campeggi mi allontano di qualche chilometro e piazzo la tenda sul retro di una stazione ferroviaria abbandonata in località Fiammes. Nella notte la temperatura scenderà quasi a zero. 

Lungo la ciclabile delle Dolomiti, tra viadotti e gallerie, punto verso Cortina d'Ampezzo.



L'ex stazione ferroviaria di Fiammes, dietro la quale mi accampo.

 





 Sopra: "stanotte ha fatto un po' freddino...";
sotto: il pastone del risveglio, a base di latte, caffè e cereali.







     L’alba è gelida ma affascinante. Siamo solo io e le montagne – il gruppo delle Tofane, di oltre tremila metri, si illumina alla prima luce del giorno, ipnotizzandomi. Con pazienza e determinazione affronto il Passo di Cimabanche, m.1529, sempre tra scenari spettacolari. Quindi volo verso Dobbiaco e Prato alla Drava, ultimo villaggio in territorio italiano. Inizia la lunga ciclabile del fiume Drava e con essa l’Austria, dove passo la terza notte in tenda accanto a una casa di legno per bambini costruita su un albero, in un bosco d’abeti.


Alle 8 del mattino tra le Dolomiti d'Ampezzo, alba gelida ma spettacolare.

In tenda vicino a questa casa di legno. E' la prima notte in Austria.



     Riparto lungo la Drava in direzione di Lienz. E’ qui che incontro Patrick, 25enne cicloviaggiatore francese che procede alla volta di Istanbul. Ci fermiamo a mangiare in una splendida area di sosta con tavoli in legno nei pressi di un torrente. Parliamo a lungo dei rispettivi viaggi e di altre note tecniche – è stato davvero un bell’incontro. Di nuovo da solo, navigo felice tra le campagne della Carinzia sino a Sachsensburg, villaggio che nel medioevo costituì importante luogo di mercato, in una piccola pensione.




     La sesta tappa, di 104 chilometri, è impreziosita da un gran regalo: vento a favore. Visito la bella città di Spittal, poi volo tra boschi profumati e piste sterrate sino a Maria Elend, dove mi accampo lungo il fiume. Il giorno successivo, ancora vento a favore – la pista destinata ai ciclisti è un interminabile tunnel nel verde, i chilometri scorrono veloci. Nel piccolo borgo di Lach mi fermo a mangiare presso una chiesa dal tetto di legno, isolata sulla sommità di una collina. Verde, aria tiepida e gran pace. Mi metto a piedi nudi e mi stendo sull’erba, ascolto musica, osservo le nuvole che galleggiano in un cielo blu cobalto pensando che domani raggiungerò la Slovenia.

Io e Patrick in "pausa pranzo", tra gli abeti del Tirolo austriaco.





     Al chilometro 565 oltrepasso la frontiera. La pista diventa movimentata, continue salite e discese da brivido in mezzo alle foreste. Sosta per pranzo a Podvelka, poi le ultime salite sin quasi a Maribor. Qui le indicazioni si fanno meno chiare – la ciclabile inizia a divagare, sembra non voler mai raggiungere la città. Chiedo a un ciclista in mountain bike: “Ti accompagno io” – e partiamo. Attraversiamo chilometri di sobborghi, edifici dell’era socialista, poi gli chiedo: “Ma conosci per caso dove si trova l’ostello ?” – “no, non lo so”. Si affianca un altro tipo in bici – giacca nera, faccia da slavo, naso a punta e occhi grigi. Comincio a inquietarmi: ma dove mi stanno portando questi due ? – Invece eccolo, l’ostello: il mio Cicerone sapeva benissimo dov’era e voleva solo farmi una sorpresa; l’altro era un suo amico di vecchia data, riparatore di computer. Finiamo per trascorrere tre quarti d’ora a socializzare – infine per ringraziarli gli offro le mie nocciole, che apprezzano tantissimo. Davanti all’ostello, giovani di un vicino centro sociale hanno organizzato un mercatino all’aperto; i tamburelli per fortuna smettono alle 21, consentendomi di prendere sonno.


Slovenia - attraverso la Drava su un ponte da brivido.




     Maribor è davvero pittoresca. Nel centro storico, di fronte alla Drava, si trova la pianta di vite più antica del mondo, circa 500 anni. Mi regalo una giornata di riposo e una cena con birra slovena, piacevolmente amarognola. La luce fioca dei pochi lampioni al calare della sera accresce il fascino di questa città sede di università.




     La nona tappa è in gran parte noiosa, almeno al mattino. D’altronde viaggiare in bici non significa necessariamente trovarsi sempre immersi in paesaggi da National Geographic ! Seguono colline e vigneti, quindi foreste. Ma non ci penso minimamente ad accamparmi qui: la Slovenia detiene il record europeo per il numero di orsi… Mi accampo invece sulle rive del fiume Mura, pochi chilometri dopo Ljutomer, ben occultato in mezzo alla vegetazione rigogliosa.






     Al chilometro 772 entro in Ungheria. Break presso bar in disuso per consultare la cartina, poi avanzo in un territorio squisitamente agricolo, fatto di campi a seminativo sui quali incombono bianche nuvole. Voglio percorrere apposta strade secondarie per conoscere un po’ più a fondo questa nazione: l’Ungheria per molti è solo Budapest. Mi fermo a Söjtör, nei pressi di una fattoria-modello. La donna che mi dà il permesso di piantare la tenda dimentica però di avvisarmi che i suoi cinque cani liberi avrebbero forse voluto conoscermi… cosa che infatti avviene il mattino dopo. Ma non erano per niente aggressivi, solo curiosi. 


     Strade tranquille percorse da automobilisti rispettosi e prudenti mi portano sino a Keszthely, città gioiello sul lago Balaton. Il parco pubblico è un autentico paradiso dove bella gente passeggia e lecca gelati, godendosi il sole. Solo un rumeno si aggira furtivo con una biciclettina sgangherata chiedendo soldi ai passanti. Nel pomeriggio continuo a pedalare lungo la sponda nord del grande lago, che gli ungheresi letteralmente adorano. Piazzo la tenda in un vigneto e scrivo il diario di viaggio alla luce della Luna.


Eccomi in Ungheria !





     Tappa 12: il sole del mattino scalda l’aria e spazza via la gelida brina. Balatonfüred è un’altra città gioiello con un porto affollato di yachts. Grazie alle ragazze dell’ufficio informazioni, ottengo una prenotazione a basso costo presso una villetta a Balatonfüzlö, 18 chilometri più ad est. Ceno con meno di dieci euro in un bel locale di legno della piccola città.



    Rotta verso Budapest, da qui in poi. Dopo aver costeggiato un’area naturalistica vicino al lago Velencei, monto la tenda in fretta e furia perché sta aumentando il vento e si avvicinano nuvole minacciose. Dubito che nel campo dove mi trovo possa arrivare qualcuno, invece dopo mezz’ora arriva un fuoristrada. Esco fuori dalla tendina e dico ai due uomini che non sono un migrante, che sto viaggiando in bici e mi sono accampato in “emergenza”; ridono e fanno cenni di assenso, facendomi capire che non c’è nessun problema. Alle 6 del mattino successivo mi sveglio con pioggia, vento e telo della tenda che sbatte con violenza. Colazione tormentata, ma mantengo la calma. Riparto in direzione Adony, dove un ferry dovrebbe portarmi dall’altra parte del grigio Danubio. Giunto al molo, trovo solo un cabinotto malandato chiuso a chiave e un cartello con scritte in ungherese, indecifrabile. Il ferry è ancorato dall’altra parte del fiume e oggi è domenica: funzionerà ? Sto congelando tra raffiche di vento gelido e non so cosa fare. Non vedo segni di attività, dall’altra parte. Poi arriva un’auto: mai stato così felice di vedere qualcuno ! Il servizio funziona, a quanto pare. Un orso vestito da militare mi fa salire a bordo e mi fa segno con le dita: sei = 600 fiorini (2 euro). La traversata dura pochi minuti. Sbarcato dall’altra parte, riprendo la strada urlando di gioia mentre dall’altra auto mi sorpassano guardandomi come fossi uscito di senno.

     Faccio presto a rallegrarmi: da qui sino a Budapest avrò una lunga marcia funestata da pioggia e vento fortissimo sempre perfettamente contrario alla mia direzione. E’ davvero dura, e dopo tre ore di questo strazio, inizio a mandare maledizioni indicibili. Poi improvvisamente appaiono altri due pazzi in bici, in direzione opposta: “Come on, guys !!! Come on !!!”, gli urlo. Mi sento un attimo rincuorato da quest’incontro fugace; mancano quindici chilometri per Budapest. Giungo in città alle 17 e cerco l’ostello ‘Fortuna Boat’, consistente in un grosso natante ancorato in riva al Danubio. Finalmente, al km 1160, ho raggiunto la capitale dell’Ungheria.


Pioggia e vento contrario lungo il Danubio: quanto manca per Budapest ?


Lo splendido palazzo del Parlamento ungherese, affacciato sul Danubio.




     Budapest è splendida, l’avevo sottovalutata. Pulita, curata e senza scritte balorde sui muri. Gli spazzini raccolgono le cicche di sigaretta una per una. Sono un’autentica legione deputata a trattare la città come una bomboniera, come se fosse casa loro. Con la bicicletta priva di bagagli ho la metropoli in mano - un vero e proprio delirio di onnipotenza: non ho bisogno di mezzi pubblici – volo sulle strade della capitale, spostandomi per chilometri senza fatica e in poco tempo. Castelli, palazzi, antiche terme, giardini, parchi, fontane. Ma ciò che mi affascina di più sono i ponti, i sette ponti di Budapest. E l’edificio del parlamento ungherese, rimesso a nuovo e splendente, semplicemente magnifico. Il secondo giorno faccio visita al museo Terror Hàza = casa del terrore, voluto dal leader Orban per ricordare danni e vittime del comunismo, vero capolavoro di design. Poi mi reco a Buda, dall’altra parte del Danubio, dove scatto fotografie dall’alto della collina dove sorge il castello. Che bella città Budapest, consiglio a tutti di visitarla. E per una volta, non è vero ciò che scrivono le guide: “marciapiedi sporchi di escrementi di cane e cittadini rassegnati”: a Budapest si potrebbe mangiare per terra, e anche noi avremmo molto da imparare, credo.









“Well, Armin, the time of my departure came. What to say ? This accomodation has been really cosy. If I could choose where to die, I’d choose a room in this hostel - in the future, of course…”


-          “When you’ll ready for that, single room with toilet and shower inside, right sir ?”

J. Armin, receptionist dell’Ostello della Gioventù Brigittenau di Vienna.
 




     
    Tappa 15. Pioggia e segnaletica della ciclabile un po’ carente. Quando smette di piovere, si alza il vento. Al termine della giornata mi accampo in fretta e furia lungo il Danubio, stanco e stressato. Il giorno successivo fa “freddo”, circa otto gradi. Passato il ponte di Komàron entro in Slovacchia. La pista Eurovelo 6 mi porta a pedalare per decine e decine di chilometri su un argine solitario del Danubio. Almeno venti di questi chilometri sono su ghiaia grossolana, molto difficoltosa per qualsiasi bici. I Blind Faith mi tengono compagnia sino alla fermata finale, su un campo erboso accanto al bel Danubio blu, in un silenzio assordante e sotto una debole pioggia.






    Freddo glaciale, al risveglio – il telo esterno della tenda è rigido e ghiacciato. Poi il sole inizia a scaldare l’aria – rimetto a posto i bagagli e pedalo lungo l’argine danubiano, riservato alle sole bici o ai camminatori. La ciclabile mi fa scivolare sin dentro Bratislava quasi senza accorgermene. Qui incontro Homza, giovane cicloviaggiatore proveniente da Praga che pedala alla volta dell’ex Iugoslavia e dell’Albania, accampandosi “solo nelle foreste”. Scattiamo una foto insieme dopo piacevole scambio di idee. Sistematomi nell’affollato e rumoroso ostello, dedico la serata alla visita del centro storico, uno dei più belli di tutto il viaggio.

A pochi passi da Bratislava incontro Homza, un altro pazzo diretto in Albania.



     Lasciata Bratislava, che per chi non lo sapesse è la capitale della Slovacchia, seguo la Donauradweg, la leggendaria pista ciclabile del Danubio sino a Vienna. Appena rientro in Austria noto che la qualità della segnaletica aumenta a livello esponenziale. E’ sabato, c’è un sole splendido e un sacco di gente è andata a godersi il fiume; viennesi, ciclisti, podisti, nudisti - ci sono tutti. Anche centinaia di turchi, pakistani e immigrati di varia provenienza che arrostiscono intere bestie allo spiedo. Mi concedo la mia accoppiata preferita: chicken salad e birra presso un chiosco. La birra fredda successivamente mi gioca uno scherzo: scioglimento di stomaco in (quasi) piena area urbana. Riesco a occultarmi dentro una macchia fitta di cespugli e sbrigo in fretta il da farsi. Quello che mi fa ridere è che a venti metri c’è l’ingresso a una stazione di polizia. Nel primo pomeriggio trovo alloggio all’ostello della gioventù della capitale austriaca, un immenso palazzo di sette piani costruito negli anni Settanta e totalmente rinnovato. Piove dal cielo una ciclista solitaria, una ventenne che ha percorso la ciclabile da Passau a qui e ora attende il papà per continuare con lui verso Budapest, dato che ha paura a fare quel tratto da sola. La invito a spendere un minuto per dirle dell’ostello-barca della capitale ungherese – “Sì, ma solo un minuto però, voglio farmi una doccia.” – Quanto sono immature certe persone, e anche scortesi: ti sto per dare un consiglio da 100 dollari e tu, cretinetta, pensi alla doccia ! Enjoy the shower e aspetta papà…


Il mio pasto preferito in Austria: chicken salad con dentro di tutto.




     Il giorno dopo è il primo maggio e con la bici alleggerita esploro la capitale austriaca. Ci sono cortei, sia di gente locale sia di immigrati – non mancano esponenti di centri sociali e neanche la polizia, in tenuta antisommossa. Ci sono palloncini e mamme con i bambini, ma anche una certa tensione palpabile nell’aria. Vienna mi piace, ma molto meno di Budapest. Ci sono cartacce, scritte sui muri, un certo degrado seppure ancora non preoccupante. Il complesso del castello Schloss Belvedere, con il suo aspetto parigino, è il posto che mi piace di più. Ma riesco a reperire anche il cimitero settecentesco, ormai ai margini della città, dove in una fossa comune fu sepolto Mozart.
 



    Da Vienna mi trasferisco a Innsbruck utilizzando un pullman. Questo comporta una pesante levataccia, e devo rinunciare anche alla colazione. Il ragazzo alla reception mi offre gentilmente un bel caffè. Con soli 35 euro mi trasportano da un lato all’altro dell’Austria, bici e bagagli compresi. Non mi interessa, almeno adesso, percorrere questo tratto in bici – voglio riservarmelo per il futuro, semmai dovrò recarmi a Praga o in Polonia ecc. – ho scelto il bus perché i treni austriaci sono molto costosi e perché entrare da soli con una bici e tutti i bagagli in una grande stazione ferroviaria è abbastanza stressante. Per chi fosse interessato, la compagnia di pullman si chiama Meinfernbus-Flixbus; il personale e gli autisti sono davvero molto professionali.

     Innsbruck: ritornando dove già fui ! C’ero già stato nel 2012, nel corso del viaggio verso il nord Europa. Stavolta le dedico una visita più approfondita, passeggiando tra il centro storico, gli impianti dei giochi olimpici invernali del 1976 e i viali lungo fiume, pieni di giardini e parchi giochi per tutte le età. Non mi faccio mancare un ultimo strüdel di mele con crema alla vaniglia presso un pub rustico e caratteristico.

     Da Innsbruck inizio la salita per il passo del Brennero. Temperature miti e vento a favore aiutano il fisico e il morale, e anche la salita non è poi così dura, fatta eccezione per gli ultimi quattro chilometri. Alle 13 raggiungo il Passo, vera orgia consumistica brulicante di turisti motorizzati, soprattutto motociclisti. Sono di nuovo in Italia; la ciclopista del Brennero mi porta gentilmente a sud sino a Fortezza, dove monto la tenda in un bel bosco dopo aver reperito con estrema difficoltà due metri quadrati pianeggianti. Il giorno successivo seguo la ciclabile, che scende placida lungo il fiume Isarco e poi affianca l’Adige; dopo quaranta chilometri di bei paesaggi ma di vento contrario mi accampo lungo l’argine del fiume, per l’ultima notte.

 

Sosta al Brennerpass - sono di nuovo in Italia.


L'ultima notte di viaggio. In tenda lungo l'Adige.



     Ho dormito bene, malgrado il rumore del traffico proveniente dalla vicina statale. Stranamente in questo viaggio non ho mai avuto problemi a prendere sonno. Vigneti e meleti a perdita d’occhio, sorvegliati da enormi montagne, mi fanno compagnia sino a Trento. Da qui inizia la salita verso Pergine lungo la vecchia Strada dei Forti. Forse è la salita più dura di tutto il viaggio; circa cinque-sei chilometri, ma davvero tremendi. Le gambe allenate reggono bene. Mangio un ultimo panino a Civezzano, dove arrivo sudato come non mai, infine dopo altri sette chilometri di falsopiano sono a Pergine. Scatto una foto nella bella piazza antica, dove Littoria si ferma alle 14,10. Il contachilometri segna 1712 km.




     Ho visitato quattro nazioni e tre capitali. Ho vissuto un’altra fetta di vita sulla mia bici e attraversato campagne, città, laghi, fiumi, boschi. Ho avuto qualche momento di sconforto, e provato alle volte un po’ di solitudine. Ma chissà perché, adesso tutto mi sembra meraviglioso, e lo rifarei. E’ stato un viaggio bellissimo.


 I miei auguri, i miei incoraggiamenti, vanno
a tutti gli amici cicloviaggiatori che ho incontrato.
Coraggio, ragazzi !


Ringrazio virtualmente tutti coloro che mi hanno aiutato
nel corso del tour; un grazie particolare
alle addette dell'ufficio informazioni di Balatonfured, in Ungheria.
E' bello constatare che esiste gente che al di là
della professionalità, conserva tanta pazienza
e si comporta con gentilezza e umanità.


  

La meravigliosa ciclabile del Brennero viaggia tra campi di mele e vigneti.





 Sopra e sotto: l'arrivo a Pergine Valsugana,
dopo 1712 chilometri attraverso quattro nazioni.
Heading East è finito.




























 














































 

































 












 





























 






 
















 
































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