venerdì 5 maggio 2017

Cycling Home from London 2017 - Diario di viaggio.




Le dimissioni non si annunciano nè si minacciano:
si danno o non si danno.
Allo stesso modo, i diari di viaggio non si annunciano:
si scrivono, oppure non si scrivono.


Quello che segue è il riassunto semiserio e fotografico del viaggio in bici da Londra a casa. Ho cercato per quanto è possibile di non divagare e di riportare i fatti più salienti, più che soffermarmi su sterili elenchi di salite, discese e pendenze stradali.

Per la Galleria Fotografica vai in questa pagina.




2 aprile 2017. DA MILANO A LONDRA.

“Ci scusiamo con i signori passeggeri, ma si è appena accesa una piccola spia luminosa che normalmente non si accende – riguarda la pressurizzazione della cabina - dieci minuti appena e il problema sarà risolto”.

“Dopo l’indicibile stress del trasporto bagagli e bici da casa all’aeroporto di Malpensa, ecco – ci mancava pure la spia luminosa che non si dovrebbe accendere”, penso tra me e me. Sale a bordo un giovane tecnico barbuto, occhiali alla Top Gun. Confabulano lui e il pilota, mentre l’assistente di volo sta in disparte con l’aria preoccupata che precede gli interventi chirurgici gravi. I “dieci minuti” diventano venticinque, poi finalmente le facce si distendono. Problema risolto e sollievo generale. Firma di carte tra il tecnico e il pilota. Stretta di mano. Si parte.



 

L’Inghilterra sbuca tra le nuvole, verde, simile alla Pianura Padana. Conversazione con l’anziana signora inglese accanto a me, che a tratti prega perché l’atterraggio vada a buon fine e la sua lunga vita continui. Quando viene a sapere che viaggerò in bici e mi accamperò liberamente in tenda mi avverte di stare attento a “siriani e altra gente che gira”, i quali potrebbero attaccarmi e derubarmi durante la notte. Iniziamo bene, penso io… mentre il carrello tocca terra.


Bici e bagagli si materializzano sul nastro con tempismo perfetto. Me ne approprio e cerco un angolo appartato dove rimontare tutto. Nella sterminata sala fa un caldo soffocante e vorrei accelerare le operazioni. Chiedo infine a un operatore dove posso disfarmi di cartoni e plastica: mi dice di lasciare tutto dove si trova - va bene così. Mi piace quest’atteggiamento easy, riconfermato poco dopo da un banco informazioni dove mi dicono che per raggiungere il terminal sud dell’uscita occorre prendere un treno gratuito. La bici è ammessa? Sì, lo è – e le porte del treno sono talmente larghe che ne entrerebbero quattro affiancate. Altro sospiro di sollievo. Esco dal terminal e mi trovo sulla ciclabile 21 che mi porterà a Londra.





sopra: le prime foto del viaggio;
al nastro consegna bagagli di Gatwick e
tra le prime cittadine inglesi,
seguendo la ciclabile 21.



Le indicazioni per i ciclisti sono visibili e numerose. Supero aree urbane dove la gente indugia in locali e beve ai tavoli all’aperto. C’è una bella luce dorata e un odore intenso di fritto e di curry, nell’aria fresca di questa domenica pomeriggio. Quindici chilometri soltanto e giungo a Redhill  dove ho progettato di fermarmi. Appena a nord della cittadina c’è un’ampia area verde in cui potrei accamparmi.

Ma ecco il problema che sarà il leit motiv di tutta l’Inghilterra: ci sono recinzioni ovunque. Ogni metro quadrato di terreno è chiuso con cura. Fili o reti o staccionate, e cartelli che fanno capire chiaramente che si tratta di proprietà private. Non mi va di spendere una fortuna per un bed and breakfast in una cittadina come questa, che non ha nulla di turistico e con Londra a soli quaranta chilometri. Perlustro un laghetto circondato da boschi, ma c’è gente dappertutto, soprattutto in compagnia dei loro cani. Il sole si abbassa e inizia a tramontare. Scovo una strada in terra battuta, anch’essa fiancheggiata a destra e a sinistra da recinzioni. Alla fine sbuco in una radura nascosta dove pascolano oche selvatiche ad appena duecento metri dalla M25, autostrada dall’infernale traffico. Basta così, pianto la tenda e metto i tappi nelle orecchie. E passo una notte tranquilla e di buon sonno. Nessun siriano mi attaccherà con un pugnale con inciso “Lupolibero” sul manico. Il primo giorno di viaggio finisce qui.



 Un lago nei pressi di Redhill; bello, sì...
ma il sole sta per tramontare e devo ancora trovare
un posto per la tenda!


Il primo accampamento del viaggio.
In un campo a pochi passi dall'autostrada M25:
riuscite a sentire il rumore infernale delle auto?



Mi risveglio con la tenda immersa nella nebbia e le notizie della BBC alla radio, in un’atmosfera che più inglese di così non si potrebbe. Appena rimuovo i tappi dalle orecchie il rumore dell’autostrada esplode in tutti i suoi decibel. Destinazione Londra, oggi. La nebbia si è diradata presto e la ciclabile diventa una strada vera e propria, condivisa con le auto – ma che dove i progettisti hanno potuto, si immerge in parchi evitando il traffico. Horley, Wimbledon, Earlsfield – poi supero il Tamigi su un immenso ponte bianco, quello di Chelsea: senza neanche accorgermene sono in piena Londra.


 "BBC news alla radio e atmosfere inglesi"


Vecchi edifici nei sobborghi a sud di Londra.


L'arrivo nella capitale inglese.



Sono le 15 e mi fermo a un semaforo. Una turista mi chiede tutta trafelata dov’è il parcheggio dei taxi e si mostra sorpresa che non lo sappia: “sono a Londra da cinque minuti esatti”, le dico – “e poi che bisogno ho di un taxi, dato che mi muovo in bicicletta”? Costeggiando il Tamigi arrivo a Westminster Bridge, proprio sotto la poderosa torre del Big Ben. Spesso, luoghi e monumenti celebri mi hanno lasciato poco entusiasta quando li ho raggiunti - intendo dire che una volta giunto davanti mi sono detto: “tutto qui”?  Il Big Ben invece è meraviglioso, più bello di quanto mi aspettassi. Sosta per una foto all’adiacente Victoria Tower Garden, quindi parto alla ricerca dell’ostello della gioventù dove ho prenotato per una camerata di quattro letti, in un vecchio palazzo dell’epoca vittoriana nel bel quartiere di Earls Court. 






Dedico alla grande metropoli due giorni di turismo. Il primo esplorando con la bici priva di bagagli parchi e strade principali: Hyde Park, Kensington Palace con la residenza di Diana, Buckingham Palace, Trafalgar Square ecc., infine il piccolo meraviglioso Museo di Londra che illustra la storia della città nel corso di tutte le epoche, con ricostruzioni maniacali di ambienti, personaggi e vicende. Presso un negozio di materiale da montagna mi procuro una cosa importantissima: una cartuccia di gas propano per il fornelletto, dato che in aereo era vietato portarne nella stiva. Il secondo giorno mi muovo a piedi: il Victoria & Albert Museum non è lontano. E’ una vera e propria “soffitta” del Regno Unito, dove sono stati accumulati oggetti storici di ogni epoca e civiltà. I vetri colorati da chiesa sono meravigliosi, ma anche la sezione d’arte orientale. Una visita gratuita che mi impegnerà per oltre due ore.






  



Sopra e sotto:
alcune delle innumerevoli opere d'arte
custodite nell'immenso Victoria & Albert Museum






Gratuito è anche il vicino Museo della Scienze, vera apoteosi celebrativa dell’ingegno umano. Mi aggiro tra capsule spaziali, aerei sospesi, strani macchinari e vecchi affascinanti computer della prima era. Stanco ma soddisfatto faccio ritorno all’ostello, dove ascolto a lungo la storia della vita e le interminabili chiacchiere del mio compagno di stanza: un settantenne ex insegnante solitario proveniente dalla Cornovaglia. La conversazione in inglese mi è utile e la apprezzo – poi alle 20 mi smarco e vado in giro a piedi per il quartiere. Una strada è chiusa al traffico – ci stanno girando un film. Mi siedo in un piccolo locale e ordino il famigerato piatto nazionale di Fish and Chips, che risulterà gustoso e digeribilissimo.





 Eleganti palazzi del quartiere di Earls Court, nei pressi
dell'ostello che mi ha ospitato.



Il 6 aprile lascio Londra sfruttando la meravigliosa Cycle Superhighway – la numero 3 per l’esattezza - una pista ciclabile che attraversa trasversalmente la città in tutta sicurezza. Passo sulla sponda meridionale del Tamigi e pedalo per chilometri in zone portuali sconvolte da colossali cantieri. Nel pomeriggio sono tra le colline del Kent. Mi nascondo con la tenda tra i filari di un campo di mele appena dopo il villaggio di Upchurch. I fiori dei meli, alla luce dell’alba, sono splendidi e di commovente bellezza. 




sopra e sotto: lasciata Londra, pedalo attraverso
le campagne del Kent verso la costa.
Trovo -con difficoltà- posto per la tenda
tra i filari di un campo di mele.







Tra campagne e colline raggiungo la storica Canterbury, invasa da orde di turisti. Vorrei entrare nella cattedrale, ma occorre pagare un biglietto di 12 sterline, dazio che mi pare assurdo. Si tratta di un luogo di culto – e se fossi venuto a piedi in pellegrinaggio da Roma soltanto per pregare ?  Solo in Norvegia occorre pagare per visitare le chiese – ma la Norvegia è un mondo a parte dove si paga anche per l’aria che si respira! Deluso da Canterbury, seguo la ciclabile 1 e raggiungo la costa. Le case a graticcio di Sandwich sono bellissime. Mi accampo poco prima di St.Margaret at Cliffe, a pochi passi dalle bianche scogliere di Dover.

 
 I curatissimi Westgate Gardens, a Canterbury.


Affascinanti architetture rurali nel Kent.


Le belle case a graticcio di Sandwich, sulla costa meridionale.


In posa presso le famose bianche scogliere di Dover, patrimonio nazionale
e sfondo per numerosi film.



A Dover le indicazioni per i ciclisti sono poco chiare. Vado a finire per qualche chilometro su una trafficata tangenziale, poi riprendo la pista - dissestata e tormentata, che mi porta alla cittadina balneare di Folkestone. Splende un sole magnifico e la gente è tutta all’aperto. Seguo per chilometri il Royal Military Canal e pedalo per tutto il pomeriggio attraverso campagne verdi e pascoli sconfinati. Il traffico è irrisorio sino a Lydd, dove mi fermo in tenda nascosto in un campo di fiori gialli di colza.




sopra: adoro i cibi apri-e-mangia, quelli
che non fanno perdere tempo a cucinare.
Queste confezioni di pasta sfoglia ripiena
erano gustose e a buon mercato.


In un campo di colza nei pressi di Lydd.



Risveglio nella foschia e dopo una notte fredda. Il villaggio di Rye, definito uno dei più belli d’Inghilterra, è un vero incanto. Sono le 9 del mattino e in giro c’è poca gente – me lo godo davvero. Una durissima salita mi porta ad Hastings, città portuale che odora di pesce e catrame. Mi aggiro tra i vecchi magazzini neri per lo stoccaggio del pesce, tappezzati di gigantografie di vecchi pescatori. Faccio asciugare tenda e sacco letto sull’assolato lungomare dove gli inglesi passeggiano felici leccando gelati. Nel pomeriggio affronto la salita a tornanti per il promontorio di Birling Gap, luogo in cui le scogliere bianche protese a precipizio sulla Manica raggiungono il massimo della bellezza. 




 Il pittoresco villaggio di Rye, non a torto
definito il più bello d'Inghilterra.





in alto e in basso:
il parco e la chiesa di Rye.




Il molo di Eastbourne e la sua spiaggia.




sopra e sotto:
due riprese di Hastings, cittadina balneare.





Sessione fotografica all’alba sulla scogliera. Poi riprendo il viaggio. A una rampa dura e trafficatissima segue una discesa brutale e pericolosa dove supero con terrore i 50 km orari. Per sicurezza, tenuto conto che  le strade inglesi sono sempre strette e prive di margine, in questa furiosa discesa mi mantengo un po’ più al centro della carreggiata, cosa che fa spazientire un automobilista che mi strombetta dietro e poi mi sorpassa. Sarà l’unico idiota ad azionare il clacson in quasi 2000 chilometri di viaggio guadagnandosi una mia “mandata affanculo” – ma per il resto, della guida degli inglesi non ho da lamentarmi. 


 La struggente bellezza del promontorio di Birling Gap,
sulla costa meridionale dell'Inghilterra.



Al porto di Newhaven dove dovrei imbarcarmi per la Francia scopro – meno male che ho chiesto! – che c’è un solo ferry alle 10 del mattino. L’altro è alle 23, probabilmente pensato per i camionisti. Rinuncio a raggiungere Brighton, più a ovest, e mi fermo qui. Anche perché tra Newhaven e Brighton il tratto di ciclabile, dopo una dura salita si svolge su una delle strade peggiori che abbia mai visto nella mia vita di ciclista: una pista dissestata e polverosa stracolma di buche profonde e ravvicinate. E paradossalmente, fiancheggiata da belle villette con vista sul mare. I proprietari vi si avventurano a velocità disastrando le loro auto: dei pazzi. Una colletta per asfaltare non l’avete mai pensata ?



 Il porto inglese di Newhaven,
da dove ci si imbarca per Dieppe (Francia).



Mi fermo in una guest-house e termino trionfalmente il tratto inglese del viaggio passeggiando nella zona del porto e rifugiandomi in un accogliente pub dove mi faccio servire pollo, chips e una buona dose di birra inglese. Domani si parte per la Francia.


 A Newhaven nella stanza di un piccolo albergo,
per l'ultima notte in terra inglese.


Un pub-ristorante a Newhaven.


La cena a base di pollo al rosmarino
e patate fritte innaffiate da birra inglese.



IN FRANCIA.

"Realizzate da voi i vostri sogni. Altrimenti
prima o poi qualcuno vi assumerà per realizzare i suoi"
                                                              anonimo.






Alle 9 del mattino c’è una discreta coda di auto in attesa dell’imbarco; a noi ciclisti ci faranno salire per primi. Dico “noi” perché mi trovo in buona compagnia: almeno altri sei cicloturisti inglesi con i quali si ride e si chiacchiera prima, durante e dopo lo sbarco nel paese di Napoleone. Non so cosa aspettarmi da questa ex potenza coloniale i cui abitanti sono bollati come “antipatici e nazionalisti”. Facciamo allora che non mi aspetto nulla -





Pedalo per decine di chilometri in compagnia dei miei simili sull’Avenue Verte, la ciclabile che collega Londra con Parigi. Liscia come la seta e circondata da boschi e parchi, è un vero fiore all’occhiello. La Francia presenta così il suo biglietto da visita. Con pulizia e civiltà assolute: ogni tanto si trovano delle toilette pubbliche dove si potrebbe letteralmente mangiare per terra. La carovana improvvisata vola e non accenna a fermarsi. Stare in gruppo ha vantaggi e svantaggi, ciò è ovvio. I colleghi su due ruote alla fine decidono di dire stop in un campeggio ufficiale, e ci salutiamo. Sono le 17, c’è ancora luce e voglio proseguire. Mi fermerò in tenda presso un bosco in località Forges.


 Il castello di Mesnières, a pochi passi dalla
ciclabile Avenue Verte.



Il giorno successivo proseguo sull’Avenue Verte. Raggiungo il villaggio di San Germer de Fly con la sua cattedrale gotica, poi con vento a favore volo per decine di chilometri lungo l’argine del fiume Epte sino a Gisors, sovrastata da un castello. Entro per due metri, dico due, con la bici dentro un supermercato Auchan, ma vengo bloccato da un impiegato - “No no no no monsieur. NO NO NO”- manco mi fossi presentato con un carretto colmo di sterco... “Okay, but... is there another market nearby, a place where to buy some food”? – l’uomo in giacca e cravatta manco replica e mi fa cenno con la mano di andarmene via. Faccio dietro front bofonchiando a mezzo volume un “ma vaffanculo”, che arriva bene a destinazione.



 La cattedrale gotica di St.Germer de Fly.


Il vecchio centro di Gisors.



Reperisco a fatica un piccolo alimentari, in questa cittadina bella in sé ma troppo piena di boulangerie, patisserie e centri estetici, per i miei gusti. Mi allontano il più possibile e mi accampo liberamente lungo il fiume in un’area selvaggia e deserta. Essere libero ha i suoi vantaggi, primo fra tutti cambiare aria quando mi aggrada. 




  sopra: ignobilmente cacciato dal supermercato Auchan
( avrebbero dovuto sentirsi onorati ), mi accampo
per i fatti miei nei pressi di un fiume.
Quanto vale la libertà...!


Dal piccolo villaggio di Sagy in poi lascio l'Avenue Verte e proseguo lungo l’itinerario consigliato da Donald Hirsch, un appassionato cicloamatore che ha suggerito e pubblicato sul web una “via” per giungere a Parigi senza attraversare periferie urbane, ma solo boschi e parchi. La Donald Hirsch’s Route passa prima da Versailles, poi si inoltra nella fitta foresta di Marly e infine sbuca nella capitale a soli tre chilometri dalla torre Eiffel. Finisco per accamparmi proprio nella foresta suddetta, in un recinto-capanno di legna eretto dagli operai forestali: chi direbbe che Parigi è a pochi passi da qui? Gran meritevole lavoro, quello di Donald.



 
 in alto e in basso:
seguendo la "strada di Donald Hirsch" mi avvicino
a Parigi passando solo tra il verde di vastissimi boschi.




I giardini di Versailles.


Alle porte di Parigi.


E’ il 14 aprile. Ai piedi della torre Eiffel scatto delle foto a una coppia di turisti venticinquenni indiani benestanti e simpaticissimi. Sono talmente soddisfatti del risultato che il ragazzo vorrebbe donarmi cinque euro. Ho fretta di sistemarmi all’ostello, risposarmi e rimettere in ordine il materiale. E’ un immenso edificio dall’altra parte della città – senza il sacro navigatore raggiungerlo sarebbe costato uno stress immane. Emilie, la ragazza alla reception, possiede la giusta dose di intelligenza per capire che voglio spendere poco e starmene in pace. Mi assegna una stanza da due letti dove rimarrò da solo – dio che sollievo!



Parigi è bellissima, con strade larghe che ne raccontano la vecchia grandeur. La visito in una giornata grigia e nuvolosa. Raggiungo con la metropolitana la cattedrale di Notre Dame il cui ingresso è gratuito, a differenza di Canterbury. Passeggio lungo gli Champs Elysees sino all’obelisco di Place de la Concorde. Ci sono innumerevoli bancarelle di libri e manifesti d’epoca lungo la Senna. Sto per fotografare un piccolo manifesto riguardante un corcerto dei Beatles a Parigi, quand’ecco che il venditore infastidito si piazza davanti con espressione beffarda per impedirmelo. Ci vediamo dopo… bello mio!


 Parigi, una delle -poche rimaste- fermate
storiche della metropolitana, in stile Liberty.


L'interno della cattedrale di Notre Dame.


Parigi, la Senna e la Conciergerie,
il castello dove nel corso della Rivoluzione Francese
furono imprigionati centinaia di prigionieri
in attesa della ghigliottina.
Tra essi, la regina Maria Antonietta.


La ruota panoramica e l'obelisco
di Place de la Concorde.



Ritorno dopo tre quarti d’ora con la Nikon predisposta a scatto a raffica e obiettivo 35mm. La vecchia fidata macchina fa il suo dovere: in barba al commerciante scarico a sorpresa dieci scatti, portando a casa la foto che volevo. Eccola – DIO CHE SODDISFAZIONE ! - copiatela, stampatela, fatene quello che volete – niente copyright su questa foto:



 

sopra: "e non si possono fotografare persone - e non 
si possono fotografare bambini..."
...e che palle !
Neanche dei manifesti esposti pubblicamente
su una strada dove passa il mondo ?
Ecco lo scatto preso di prepotenza, 
quando ci vuole ci vuole !
( sì lo so, non sono normale... )



Anche Parigi “è fatta”. In un bel locale old style, mi siedo a un tavolino a sorseggiare un’intera pinta di birra Leffe bionda guardando pigramente la giornata che si spegne sulla capitale francese. Torno all'ostello un po' storto, meno male che ho con me la pianta della città...



Lascio Parigi per impegnarmi in un territorio collinare a sud della città sino al borgo di Dourdan dove giungo dopo una faticosa salita. Il pomeriggio prosegue viaggiando su un altopiano deserto punteggiato da pale eoliche e minuscoli villaggi agricoli isolati. Mi fermo in un campo nei pressi della piccola Mervilliers. Vengo avvistato in lontananza da due ragazzine che iniziano a darsela a gambe ritenendo che forse sono un maniaco occultato tra la vegetazione. Poi smettono di correre perché si rendono conto che tra me e loro ci sono almeno trecento metri e non potrei mai raggiungerle. Forse questo è il motivo per cui il mattino dopo alle 7 vedo sbucare il contadino col trattore esattamente dove ho piantato la tenda. L’uomo è compiaciuto, per niente contrariato. Malgrado la barriera della lingua, mi augura buon viaggio con un sorriso.


 Il castello di Dourdan, a sud di Parigi.




 
Qualcuno mi ha chiesto se vado a gasolio...
forse no, ma se mi offrite un caffè e mezzo chilo di dolci
non mi dispiace...


In un campo agricolo in mezzo al nulla nei
pressi di Mervilliers, dopo essere stato
individuato da due ragazzine come presenza sospetta.


Da Orlèans in poi inizia un lungo sogno chiamato Loire- a-velo, la pista ciclabile preclusa alle auto che segue il corso del fiume sino alla Francia centrale. C’è un vento a favore fortissimo – dio solo sa quanto sia amato dai ciclisti, soprattutto quelli con i bagagli, che aumentano l’effetto-vela. Mi sento felice, volo. Lo stesso devono pensare Nicolas e la sua fidanzata, che viaggiano in bici come me e si accampano “dove capita”. Tra ‘wild-campers’ ci intendiamo subito e facciamo un lungo tratto insieme, con i sorrisi stampati sulle facce.


 Orlèans, la cattedrale.


La ciclabile della Loira passa proprio accanto
all'impianto nucleare di Belleville, del gruppo EDF.



Ad Argenvieres sta per arrivare un breve acquazzone; ho già percorso 107 chilometri e mi rifugio all’interno di un capanno ai lati della pista. Dormirò sul tavolo, e sarà una notte gelida. L’erba tutt’attorno è bianca di brina al mattino.

A Pierrefitte sur Loire, dopo un’altra tappona di 122 chilometri, pianto la tenda presso una fattoria in disuso. Il vicino, un mio sorridente coetaneo, mi dà il permesso con un caloroso “of course, you are welcome” - poi trascorriamo una bella mezz’ora insieme brindando con una piccola birra fresca.


 Pedalo lungo la Loira con il vento a favore;
ma insieme al vento sta arrivando un temporale...




Tre capanne papabili per la notte:
quale sarà quella giusta ?
La capanna numero 1. Nella quale entro, mangio:




e dormo:



 
sopra: amici per mezz'ora.
A Pierrefitte sur Loire presso una fattoria
in disuso ci beviamo una birretta insieme.


Proseguo lungo la Loira per lunghi interminabili chilometri. Boschi, canali e villaggi si susseguono senza fine. A Briennon, vezzoso porto sul fiume, mi fermo a un ristorante dove una donna continua a distribuire menu sui tavolini e mi informa che per mangiare “c’è un bar poco avanti”: perché, da te non si mangia? Boh…(?)


Al bar “poco avanti” mi dicono che hanno finito il pane. Radiografia del luogo: uno di quei posti che si danno le arie senza averne la sostanza. Meno male che ho delle riserve di cibo, che consumo su una panchina. Chi fa da sé fa per tre - quanto è vero. Concludo la giornata a Villerest presso un campeggio una volta tanto ‘ufficiale’ in prossimità di una grande diga. Ho proprio voglia di una doccia calda, la miseria !



Non si scherza più adesso. La pianura è finita e le salite iniziano ad appena duecento metri dal campeggio, con una rampa durissima al 16%. La strada a seguire è tutta un saliscendi spaccagambe. In prossimità di La Roche, un bel castello sul fiume, le pendenze iniziano a placarsi, ma ecco che arriva la sberla: un’interruzione stradale che mi costringe a una lunga e ancorchè inutile deviazione verso l’interno, con pendenze ancora peggiori.

Partono imprecazioni indicibili che non riporto qui perché mi chiuderebbero il blog, e ne esco fuori solo alle 14, sudato e distrutto. Perdo l’inutile quota faticosamente guadagnata e poi riattacco con le salite. Sono le 18, ho finito l’acqua e quasi tutto il cibo quando mi trovo nel villaggio di V. – c’è un piccolo bar-albergo in cui chiedo se hanno una camera e quanto costa; chiedo così, tanto per chiedere. La camera non c’è, ma una donna lì presente si offre di ospitarmi a casa sua dove c’è un giardino e suo marito, dice, è pure lui un ciclista.



 Fine della pianura. In prossimità di Villerest
iniziano le salite della Francia centrale.



Sarà una serata memorabile consacrata all’amicizia e all’ospitalità spontanea. Monto la tenda nel capannone usato dal marito che lavora il legno. Appaiono una dopo l’altra le figlie. La piccola mi mette a disposizione internet con cui ricarico il cellulare. La più grande sta per sposarsi di lì a una settimana – le regalo simbolicamente una conchiglia raccolta su una spiaggia inglese della Manica. Quella di mezzo e suo marito sono i più ferrati in inglese, e fanno da interpreti. Ceno con tutta la famiglia, e nell’aria sono palpabili gioia e festa suggellati da un brindisi collettivo con un liquore d’erbe francese. Credo che anche per questa gente, che mi ha dato tanto, sia stata una serata speciale. “Vive la France”! – grido. E i bicchieri si levano in alto tra mille risate.

  

Nel capannone di F., falegname e cicloamatore.


Insieme a F. la mattina della mia ripartenza.
Una di quelle persone che non dimenticherò.


F. il ciclista-falegname mi accompagna per cinque chilometri il mattino della mia ripartenza sino a una piccola cappella di campagna. Mi confida in breve un episodio della sua vita molto importante; è una persona di cuore e lo sento, ne ho incontrare altre nei miei viaggi. Perle rare e preziose di persone. “Verrai a trovarmi in Sicilia – ti faccio visitare l’Etna, mi devi promettere che verrai, tu e la tua famiglia siete i benvenuti” – “E’ il mio sogno”, dice. Lo ringrazio e ci abbracciamo commossi. Le nostre strade si dividono e lo vedo sparire in discesa verso il suo villaggio, questo piccolo-grande uomo che mi ha aperto la sua porta.



Le ultime salite di questa regione mi portano a St.Catherine, villaggio di case di pietra dove presso un bar mi offrono un piatto di formaggi francesi assortiti. Una volta per tutte mi libero dai pregiudizi; i francesi presi per il verso giusto sono persone ospitali, allegre, civili e meravigliose. Incontro una 60enne cicloturista solitaria canadese da pochi giorni in marcia. Parliamo un po’ poi ognuno va per la sua strada. In un ventoso pomeriggio arrivo finalmente a Voulte sur Rhône, punto geografico in cui avverrà la grande virata ad est verso l’Italia. Il fruscìo delle acque del Rodano è l’ultimo rumore della sera prima di spegnere la luce a Led e concedermi un sonno profondo.


 L'ottimo piatto gustato al bar di St.Catherine:
pollo con salsa alle erbe, patate e fagioli.
Seguirà un assaggio gratuito di formaggi francesi.


A Roanne, grande città lungo il fiume Rodano.


Una veduta di La Voultè sur Rhone,
dalla quale viro bruscamente a est per tornare
in Patria.



ROTTA VERSO CASA.


Il lungo tratto di fondovalle procede senza novità di sorta sino all’Argentiere, villaggio minerario a pochi chilometri dall’ultima grande città francese, Briançon. Mi fermo pochi minuti in questo centro sciistico che pullula di Suv e pullman invadenti e pericolosi. Mancano sette chilometri al passo del Monginevro e monto la tenda in una bella radura, sotto un cielo livido e coperto di nuvole.


 L'Argentière-la-Bessèe, mt.1200.
Monumento ai minatori.


A Briancon, comune di 12mila persone
e centro sciistico.



Sono le 6 del mattino e c’è una strana luce. Gli uccelli non cantano. Apro la tenda e trovo la sorpresa: trenta centimetri di neve e fiocchi bianchi che continuano a cadere copiosi. La bici è sepolta e fa un gran freddo. Scavo per ritrovare l’elastico con i ganci che permette di assicurare il bagaglio posteriore – lo avevo abbandonato a circa un metro dalla tenda: se non lo reperissi sarebbero guai seri. Faccio buon viso a cattivo gioco riguardo al meteo. Mentre consumo la colazione sento passare sporadiche auto: vuol dire che il Passo non è chiuso.

Mi riporto sulla strada e inizio la salita. Saranno sette duri chilometri sotto la tormenta, con un unico pensiero fisso: andare avanti. Nessuna salita è infinita. La temperatura è zero gradi esatti. Dalle auto che incrocio partono incoraggiamenti o si intravedono facce sbalordite. Alle 10 vedo apparire delle baite immerse nella nebbia e sommerse dalla neve: ce l’ho fatta. L’obelisco del Monginevro è a pochi passi. Abbraccio la bici che mi ha portato fin qui, e un po’ mi emoziono.


 In tenda al mattino, tra Briancon e il Passo del Monginevro.
Mi sveglio e scavo per recuperare Littoria sepolta dal manto bianco.


In marcia verso il Passo sotto la tormenta e a zero gradi.


Al Col de Montgenèvre, mt.1854,
vicino l'obelisco in onore di Napoleone Bonaparte.
E' fatta !



Cambio la maglia intima tutta sudata e affronto la lunga discesa verso l’Italia. Gradatamente la neve lascia il posto a prati verdi sino al paese di Oulx, dove mi fermo in una pizzeria. Parlo di nuovo in italiano dopo un mese di viaggio. Metto ad asciugare tenda e una marea di altri materiali sull’erba di un giardino pubblico, ma il sole dura poco. Il tempo vira di nuovo al brutto e torna a piovere debolmente.




 
 






Il progetto era di proseguire per Susa, ma lungo la strada mi imbatto in un posto straordinario: il borgo in pietra di Exilles, sovrastato da una colossale fortezza militare. C’è un piccolo albergo e decido di fermarmi. Trascorro tutto il pomeriggio nel villaggio, assaporandone l’atmosfera, i vicoli che raccontano piccole e grandi storie.


 Volevo proseguire per Susa, poi scorgo a lato della
statale il borgo in pietra di Exilles:
come faccio a non fermarmi in un posto così ?




  
La colossale fortezza di Exilles, la più antica del Piemonte.


Lascio a malincuore Exilles e il suo albergo. La statale 25 della Val di Susa è meno trafficata di quanto mi aspettavo. Mi porterà velocemente a Torino, dove giungo alle 16 e grazie all’efficienza delle ragazze dell’ufficio informazioni, prenoto due notti in un bed and breakfast. Dietro di me c’è una coppia di pensionati che mostrano palesemente una grande impazienza, soprattutto la donna, che continua a sbuffare. Li metterei su una bici per qualche migliaio di chilometri, così curano la loro (inutile) premura cronica: ma perchè certuni non fanno quello che dovrebbero fare, cioè starsene a casa ?

Torino è una gran bella città dove mi trovo a mio agio.Tra gli innumerevoli musei scelgo quello del Cinema. Allestito all’interno della Mole Antonelliana, è roba da rimanere a bocca aperta: la storia del cinema raccontata in modo magistrale a partire dalle leggi dell’ottica e dalla “lanterna magica” sino ai nostri giorni. Come se non bastasse c’è anche una mostra temporanea con centinaia di fotografie degli anni Trenta, vero pane per i miei denti. Dedico anche un’ora alla bella mostra di quadri intitolata “Dal Futurismo al ritorno all’ordine”, presso le sale nobiliari della Fondazione Accorsi, dove capolavori di Depero e Sironi hanno per sfondo stanze addobbate con uno sfarzo degno di Versailles.





in alto e sotto: immagini dell'arrivo a Torino
in piazza Castello.






29 aprile, sabato. Tappa 24^ di km 113. Lasciata Torino con un carico di dolci a buon mercato comprati in un panificio gestito da egiziani, costeggio il grande fiume Po a me caro in direzione Chivasso. Inizia il deserto di risaie del Vercellese. Pedalo per diversi chilometri in compagnia di una ciclista 50enne in bici da corsa. Voglio raggiungere San Nazzaro Sesia, piccolo borgo a pochi passi dall’omonimo fiume. Mi informano che potrei chiedere ospitalità nel convento, ma voglio dormire in tenda – è l’ultima notte del viaggio e ho voglia di starmene da solo - in raccoglimento, per così dire; perciò raggiungo le rive del Sesia e mi fermo su una piccola altura.


 Tra le risaie del Vercellese


 
Il fiume scorre bagnando i grossi ciottoli, mentre il sole si abbassa sulla riva opposta. Non si vede anima viva e ne approfitto per un bagno stile naturista nelle acque gelide che provengono dalle lontane montagne. Mi asciugo e preparo un tè. Il sole scompare e l’aria si fa fredda; rientro nella tenda e mangio qualcosa. La sera terminerò la lettura di un racconto di viaggio, quello di Helen Lloyd, ragazza inglese che da sola ha raggiunto in bici il Sudafrica partendo da Londra. Questa lettura mi ha accompagnato per tutto il mio piccolo viaggio e mi ha sempre confortato e incoraggiato.

Domani torno a casa.



 In tenda a San Nazzaro Sesia per l'ultima notte del viaggio.


sopra: approfitto della solitudine 
per un bagno naturista.


nel frattempo la birra si raffredda nell'acqua del fiume -


- e il sole tramonta.


Alba chiara e luminosa. Parto presto - alle 7 e 30 sono già in marcia lungo la pista in terra battuta che costeggia lo storico canale Cavour e arriva a Turbigo, laddove il Ticino segna il confine naturale tra Piemonte e Lombardia. Poco prima di Turbigo incrocio un gruppo numerosissimo di cicloamatori che si godono la loro bella domenica di sport: partono incitamenti e saluti. “Vengo da Londraaa”! – grido, e francamente non ci credo neanch’io. Appare tutto surreale, adesso. La bici sembra andare avanti da sola, macinando strada su strada, come se sentisse la mèta ormai vicina.


 Strade di campagna costeggiano il lungo
canale Cavour.







Da Legnano, imbandierata a festa per il suo Palio, spengo il navigatore. Littoria avanza, sempre col suo fruscìo monotono, bellissimo. Manca una manciata di chilometri sino a casa. Nuvole basse oscurano il sole. Poi è di nuovo luce. Il passaggio a livello della Milano-Como riapre le sbarre. Trecento metri. La piazza con il monumento ai Caduti e una foto con l’autoscatto. Ancora quattrocento metri e sono di nuovo a casa. Apro la porta del box, il neon lampeggia indeciso e poi si accende; appoggio Littoria sul muro.

Da Londra a casa in bicicletta, in questo preciso istante, diventa realtà. Il contachilometri segna 1975 chilometri, una cifra in cui è racchiusa una fetta della mia vita colma di ricordi incancellabili, in giro per la vecchia Europa. Sorrido, mi sento vivo e felice. Richiudo la porta del box.

Ecco - il viaggio adesso è davvero finito.






 La piazza con il monumento ai Caduti.
400 metri ancora e sono di nuovo a casa.


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4 commenti:

  1. Porca puttana...! Emozionante!
    Ma come ti senti quando ti ritrovi di nuovo a casa fra 4 mura?
    Io ,dopo i miei relativamente banali weekend a zonzo, appena arrivo a casa godo come un riccio nel farmi la doccia e soprattutto nel sentire il materasso che è di una comodità incredibile. Ma dopo un paio d'ore mi son già rotto le palle e ho nostalgia per la vita all'aperto.
    Quelle pochissime volte che ho fatto weekend particolarmente alla barbona, una volta a casa continuavo a guardarmi attorno pensando a quanto "lusso" comodo e bello ma di contro freddo e vuoto di emozioni.

    Volevo chiederti dove parcheggi la bici quando vai negli stelli.............. ma poi ho visto che la porti in camera.

    Hai notato anche tu che in inghilterra non hanno una gran cultura del mangiar genuino? Tutta roba confezionata e industriale, pane a fette confezionato, salumi meglio lasciarli perdere (ok il bacon, salami pietosi, prosciutti cotti tipo "spalla", prusciutti crudi inesistenti), formaggi solo "finti" tipo galbanino o sottilette (mai formaggi freschi o un trancio con la crosta presente).
    E' vero che è zeppo di ristoranti, ma moltissimi sono etnici. E di tipico loro hanno il solito fish&chips e.... poi?

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    1. Quando torno a casa, se tutto è andato bene, mi sento da dio perchè le endorfine in circolo durano a lungo - lo chiamo "il rientro del legionario", è una sensazione appagante. E' come se le comodità, i lussi, adesso ti spettassero davvero, te li sei "guadagnati".

      La bici negli ostelli se hanno un cortile la lasci nel cortile; in caso contrario c'è di solito un locale più o meno seminterrato come deposito valigie, e la metti lì.
      L'ho portata in camera solo una volta, è stata un'eccezione, si trattava di un piccolo albergo - me l'hanno suggerito i gestori; non c'era spazio da nessun altra parte.

      In Inghilterra il cibo è stato razionato sino se non sbaglio agli anni '50. Ciò non ha favorito lo sviluppo di una cultura culinaria. Ora la situazione è molto, parecchio, diversa. Se hai soldi mangi genuino - magari non l'arancia appena colta - ma te la passi bene. Il fish & chips mi è piaciuto molto, lo preparano bene. Certo non lo mangi ogni sera...

      ogni paese ha i suoi pro e contro - come tutto nella vita, del resto.
      Complessivamente, per quel poco che ho visto, Londra mi è piaciuta e ci tornerei.
      Non tornerei invece a Helsinki. Un posto triste ed etereo, vagamente negativo.

      Greetings.

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  2. Quanta roba!
    Me lo devo gustare bene questo tuo diario, non certo con lo smart.
    A presto allora.
    (Sai una cosa però? Non vorrei essere tua moglie o tua madre, sarei sopraffatta dall'ansia!

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    1. Brava, fammi onore con un supermonitor !!!
      A parte gli scherzi, quando scrivo cerco di non divagare.
      Sul web, sono in tanti a stancarsi presto, e dopo qualche riga iniziano a guardare soltanto le figure -

      ciao,
      grazie ancora

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